Educare, non solo istruire: cosa significa per la formazione professionale
24/06/2026
Ripensare il ruolo dei percorsi educativi nell'epoca delle grandi trasformazioni.
C'è una frase che, a leggerla, sembra quasi scontata, ma che in realtà capovolge molte delle certezze su cui spesso si costruiscono i percorsi formativi: «C'è differenza tra istruire e educare». A pronunciarla è stata in questi giorni Francesca Antonacci, docente dell'Università di Milano-Bicocca, nella terza edizione di Bussola Intersettoriale – Per una pedagogia ecosistemica della trasformazione, l’evento nazionale di Hangar Piemonte, dedicato all’intersettorialità, alla cultura e alla leadership trasformativa, cui abbiamo partecipato il 15 e 16 giugno 2026 alla Reggia di Venaria Reale.
Per chi, come noi, lavora ogni giorno nella formazione professionale, questa distinzione non è un esercizio teorico. È la domanda che dovrebbe accompagnare ogni scelta didattica: stiamo trasmettendo nozioni o stiamo accompagnando una trasformazione della persona?
Oltre la trasmissione del sapere
Secondo Antonacci, istruire significa trasmettere conoscenze; educare significa invece «accompagnare un processo di trasformazione della persona, renderla capace di apprendere dall'esperienza, dal mondo, dagli altri». È una differenza che nella formazione professionale assume un peso ancora maggiore che altrove. Un Centro di Formazione Professionale non prepara solo a superare un esame o a ottenere una qualifica: prepara ragazze e ragazzi a entrare in un mondo del lavoro che cambia rapidamente, a relazionarsi con colleghi e clienti, a gestire imprevisti, a costruire un'identità professionale e personale insieme.
L'Europa, ricorda Antonacci, ha ormai consolidato sistemi educativi diffusi e accessibili: la sfida non è più quella dell'accesso, ma della qualità di ciò che accade dentro quei percorsi. E qui entra in gioco un concetto che chi lavora nella formazione professionale conosce bene per esperienza diretta, anche se spesso senza nominarlo così esplicitamente: la partecipazione. «Le persone devono essere attori in prima persona del proprio percorso formativo», dice Antonacci. Non basta sedersi in un'aula: serve sentirsi protagonisti di un percorso che ha senso, che costruisce competenze ma anche relazioni, fiducia, motivazione a restare.
Non è un dettaglio. I dati sulla dispersione scolastica e sull'aumento dei NEET, raccontano che semplicemente "esserci" non basta. Se dietro un percorso non c'è un progetto educativo capace di coinvolgere davvero le persone, quel percorso rischia di non funzionare, qualunque sia la qualità dei contenuti trasmessi. È esattamente il terreno su cui i Centri di Formazione Professionale possono fare la differenza.
Formare per un lavoro che cambia (forse troppo in fretta)
Tra i temi sollevati da Antonacci, uno riguarda da vicino chi si occupa di formazione professionale più di ogni altro: la trasformazione del lavoro. «Mi preoccupa che stiamo formando persone per lavori che potrebbero non esistere più», dice la docente, sottolineando come la velocità delle trasformazioni innescate da intelligenza artificiale e automazione sia molto più rapida di quella delle rivoluzioni industriali precedenti.
È una preoccupazione che chi progetta percorsi formativi non può permettersi di ignorare. Significa che la qualifica in sé, per quanto solida, non basta più: serve costruire nelle persone la capacità di continuare ad apprendere, di adattarsi, di leggere i cambiamenti del proprio settore prima che diventino crisi.
Il valore dell'esperienza diretta
Un altro megatrend richiamato da Antonacci riguarda la pervasività della tecnologia e il rischio di una progressiva perdita di spazi di esperienza condivisa, vissuta nel corpo e nella relazione diretta. «La tecnologia connette, ma non tutte le esperienze della vita possono essere sostituite da questa forma di connessione», osserva.
Anche qui, chi lavora nella formazione professionale ha qualcosa da dire: i laboratori, gli stage, l'alternanza scuola-lavoro, le aule che diventano cantieri, cucine, officine sono per definizione spazi di esperienza diretta, di corpo, di relazione vis-à-vis. In un'epoca in cui la fruizione di contenuti ed esperienze si fa sempre più individuale e mediata da uno schermo, la formazione professionale conserva quasi naturalmente quella dimensione comunitaria e concreta che Antonacci indica come sempre più rara e sempre più necessaria.
Educare alla complessità, non solo alla performance
Antonacci richiama infine un equilibrio delicato tra sicurezza e libertà: «Più cresce la dimensione della sicurezza, della prevenzione e dell'evitamento del rischio, più rischiamo di perdere libertà». Le giovani generazioni, osserva, vivono spesso una crescente iperprotezione che riduce le occasioni di incontro con la realtà nella sua complessità.
È un monito utile anche per chi progetta percorsi educativi: la formazione professionale, per sua natura, mette le persone di fronte a compiti reali, errori reali, scadenze reali. È proprio in questo confronto con il limite e con l'incertezza, e non nella loro eliminazione, che si costruisce la capacità di affrontare la vita adulta e il lavoro.
Photo credit: Hangar Piemonte




